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Una considerazione su “What’s on the minds of ceos in Italy?” di PwC

13/02/2015

Inserito in: PoV,Varie

Per quanto io sia a capo di una micro agenzia di nicchia, cerco sempre di capire concretamente come la nostra attività possa andare a impattare il business delle aziende clienti e, per questo, quando ho tempo cerco di informarmi su quale sia la percezione del cosiddetto “C-level” (i grandi capi, per intenderci) sull’importanza del digitale e come questi ritengano di doverlo sfruttare per cogliere al meglio le opportunità che questo offre.
Per questo ho letto con interesse stamattina la diciottesima edizione della Global Ceo Survey realizzata da Pwc, “Competing in a marketplace whithout boundaries” (che ho scaricato da qui) e, in particolare, l’analisi specifica sulle risposte dei 50 top manager italiani intervistati (“What’s on the minds of ceos in Italy?”).
Premesso che, sempre nel mio livello micro, mi ritrovo su molte delle tematiche affrontate, in particolare quello dell’ancora eccessivo scollamento tra Università e mondo del lavoro per la preparazione delle nuove leve che dovrebbero aiutare le aziende a emergere anche nel digitale (“l’86% degli intervistati ha riconosciuto nell’introduzione in azienda di nuovi talenti il veicolo per competere in nuovi settori e aree geografiche; si pone però il problema dell’individuazione di questi talenti; un elemento che l’ad vede come problematico a causa dello scollamento tra preparazione universitaria e profili ricercati dal mercato e nella cui risoluzione i manager dovranno porsi quale elemento collaborativo.”), qualche considerazione nasce invece da alcune affermazioni fatte sull’importanza del digitale, come ad esempio la seguente:

I CEO italiani sono allineati alla visione mondiale: oltre l’80% evidenzia la necessità di avere una strategia chiara sul digitale per ottenere vantaggi competitivi.

Ecco. Ne comprendono la necessità, ma non sanno come fare. In tanti anni che opero in questo mercato e avendo sempre avuto come principali clienti proprio le grandi aziende descritte in questa survey (filiali italiane di grandi grandi multinazionali; aziende quotate in borsa; banche; assicurazioni; aziende retail…), qualche idea me la sono fatta.
La principale? Il C-level comprende perfettamente le potenzialità del digitale: sono infatti manager e imprenditori che usano Google, hanno uno smartphone, magari anche un proprio profilo su Linkedin, si aggiornano e acquistano online… ma questo non vuol dire che sappiano come trasformare questi comportamenti in linee guida per la propria azienda.
Perchè, inutile girarci attorno, il tempo che hanno è quello che è, e specie di questi tempi le loro preoccupazioni sono ben altre.
Per questo devono confidare sui livelli più bassi di management. E il problema è proprio questo.
Certi cambiamenti necessitano di un commitment del C-level molto forte, perchè vanno a impattare la struttura, il business (e il modo stesso di fare business), il modo di relazionarsi con clienti, prospect, partner, dipendenti… ma se il C-level non è in grado di comprendere ciò che questo cambiamento necessita, perchè -per tutte le ragioni del caso- non incontra direttamente chi potrebbe guidare questa transizione ma deve confidare su quanto riportano middle manager che spesso non hanno loro stessi la preparazione, le competenze, la voglia di fare e di rischiare… ecco che il miracolo non accade.
Così mi capita di assistere a situazioni paradossali: e-commerce senza una precisa strategia digitale; grandi aziende (con una presenza online zoppicante e carenti su molti basics) che si innamorano dell’idea di fare “real time content marketing” perchè così è stato suggerito dal supermegaconsulente della supermega agenzia di consulenza globale; player che vogliono crescere a doppia cifra sul business online senza voler investire in maniera adeguata perchè convinti “che basti automatizzare qua e là”…
Poche volte mi è capitato di vedere un impegno sul digitale realmente voluto dall’alto. A eccezione dei pure player (e ci mancherebbe altro, anche se -come scritto prima- spesso è tutt’altro che scontato), ricordo in particolare quando incontrai Romano Minozzi (fondatore del gruppo Iris-GranitiFiandre e grande imprenditore con interessi in svariati settori, nonchè socio di Mediobanca) e la soddisfazione che ebbi nel poter dialogare direttamente con lui per capire come trasferire operativamente quanto avevo disegnato in un corposo documento di strategia per il suo gruppo (documento che si era letto tutto! cosa che molti manager non si prendono la briga di fare…).
Vedremo in questo 2015 quale sarà il delta tra ciò che i CEO hanno dichiarato di voler fare sul digitale e il loro effettivo impegno.

I fattori importanti per sfruttare al meglio gli investimenti in digitale

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