Ti trovi qui: Home » Scenari » Breve viaggio nella Start-Up Nation

Breve viaggio nella Start-Up Nation

09/02/2015

Inserito in: Scenari,Varie

Premessa: in questo post (come in tutto il blog) si parla esclusivamente di business; non ci sono giudizi, preferenze o implicazioni politiche, sociali e/o religiose. La premessa è d’obbligo visto che già un mio tweet su questo viaggio è stato oggetto di rilettura in chiavi diverse.

Nei giorni scorsi ho avuto l’opportunità di visitare Tel Aviv e, in particolare, la sede di Google, su invito della stessa azienda californiana.
Ammetto che, non fosse stato per questo invito, non so se avrei mai fatto un viaggio in Israele. Non per questioni politiche o religiose (si veda la premessa), ma semplicemente perchè, soprattutto turisticamente, ho altre preferenze.
Ma la curiosità era comunque grande. Stiamo parlando infatti di un paese che è tra i primi al mondo nelle classifiche che riguardano il tempo speso online, la penetrazione del mobile, l’uso delle app, la quantità di ricerche online, di visualizzazioni di video, di uso dei social network…
Di un paese che ha dato vita a molte delle tecnologie che utilizziamo quotidianamente. Di un paese che, è innegabile, è un esempio di innovazione e imprenditorialità. E che, soprattutto, ha un soprannome che, per un imprenditore dell’online come me, è tutto un programma: “the Start-Up Nation”.
Tre giorni a Tel Aviv sono troppo pochi per pretendere di aver capito cosa abbia favorito lo sviluppo di questo paese che, nonostante un governo che non favorisca il business quanto si è portati a credere (“anzi, ne rappresenta forse il freno più grande”, il commento di diverse persone con le quali ho avuto modo di parlare; quindi anche noi in Italia potremmo avere qualche chance…), è quello con più Start-Up al mondo dopo gli USA, quello con il maggior numero di nuove imprese in rapporto al numero di abitanti. Ed è quello dove molte delle più grandi aziende straniere (Google, Microsoft, IBM, Facebook…) vengono a installare centri di R&D.
E, soprattutto, uno di quelli le cui aziende, soprattutto tecnologiche, hanno un impatto concreto anche nella vita quotidiana di molti di noi italiani.
Ma una cosa l’ho capita subito: non è un modello replicabile da noi.
Ascoltare Meir Brand, managing director Google Israele, colui che è stato chiamato a lanciare, una decina di anni fa, Google in questa nazione, da questo punto di vista è stato molto interessante.
Sempre in maniera molto aperta, simpatica e senza toni di superiorità o esaltazione, ha raccontato di come, per questa nazione, non ci potesse essere altra via che non innovare per crescere: in un paese circondato da nemici, senza risorse naturali (hanno dovuto inventarsi anche il modo di usare l’acqua salata per l’agricoltura), la frase “innovate or die” è più che una frase fatta.
Ed è proprio questa voglia di crescere e prosperare in un clima ostile che ha portato a un sistema economico cresciuto anche in piena recessione (se non erro hanno avuto solo un trimestre negativo in tutti questi anni), focalizzato sull’export sia di beni che di servizi.
Ho scritto, poche righe sopra, che si tratta di un ecosistema non replicabile in Italia, perchè fa leva su un paio di aspetti che qui da noi non possono essere ricreati.
Il primo, ed è la cosa che più mi ha sorpreso, è il servizio militare. Obbligatorio in Israele sia per gli uomini (3 anni di leva, più tirocinio periodico per molti anni a seguire per i riservisti) che per le donne (20 mesi), con l’unica eccezione per gli ebrei ultraortodossi (ma c’è un progetto per abolire questa eccezione, se non sbaglio), rispetto a quello che io ho vissuto nel mio periodo di leva da noi (fantastica esperienza umana, ma nulla di trasferibile al business) ha due peculiarità:
1) Istruisce e forma ai massimi livelli i militari di leva: consente a questi ragazzi di avere accesso alle più sofisticate tecnologie in contesti reali e quotidiani. Molte di queste tecnologie sono sviluppate e fatte costantemente evolvere internamente. Il sistema di istruzione e formazione di questi militari è poi a livello delle più importanti università USA. Non è un caso, quindi, che i giovani israeliani si impegnino per avere accesso ai gruppi di èlite dell’esercito, per capitalizzare questa opportunità.
2) ma, soprattutto, il servizio di leva porta questi giovani a sviluppare una mentalità di innovazione, di problem solving; l’esercito li sfida a trovare costantemente il modo di migliorare le cose; li responsabilizza fin da ragazzi, li incentiva e li premia. Chi esce dall’esercito ha, insomma, tutte le prerogative per diventare un buon imprenditore.
Difficile pensare, in Italia, alle Università per avere lo stesso effetto: la meritocrazia è quasi sconosciuta e, in tempi di tagli di budget all’istruzione, difficile pensare a laboratori universitari che consentano di avere accesso pratico alle tecnologie più sofisticate.
Un altro aspetto differenziante è la “fame di successo” che hanno in Israele. Chi lancia la propria start-up lo fa per fare soldi, inutile girarci attorno. E, vuoi anche per la situazione di incertezza che li circonda (“qui in Israele guardiamo molto al breve periodo, perchè non sappiamo se domani ci saremo ancora”, la frase di Meir Brand a spiegazione di questo), cerca di costruire da subito un business scalabile con già un’idea di exit. per poi, magari, ripartire.
Ma siccome è improbabile che sia “buona la prima”, c’è una cultura che favorisce la propensione al rischio, a non considerare il fallimento di una start-up come un fallimento anche di chi ci ha lavorato. Quindi chi sbaglia ha tutte le possibilità per ripartire. Anzi: l’esperienza di un fallimento può essere di vantaggio per il business successivo.

Mentre ero in volo per rientrare a Milano, riflettendo su quanto mi hanno raccontato in questi giorni i tanti interlocutori, mi sono fatto un’idea precisa: sicuramente il sistema Italia non aiuta a fare impresa (non c’è giorno in cui io non mi chieda perchè la mia seconda agenzia l’abbia di nuovo fatta qui e non all’estero), ma il vero nostro limite è nelle persone. Abbiamo anche qui da noi l’esempio di grandi imprenditori e di eccellenze nelle start-up e nell’innovazione, ma sono il frutto della singola eccellenza, non di un sistema che le favorisce.
Noi italiani “ci siamo seduti”: abbiamo le capacità e le competenze ma, troppo spesso, non abbiamo la voglia di prendere più di tanti rischi. E quei pochi che ci sono, in questa situazione, preferiscono andarsene.

Leave a Comment

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.

Previous post:

Next post: