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Il nuovo Google assistant e il futuro della search per Google

20/05/2016

Inserito in: Scenari

Se c’è una cosa di cui Larry Page e Sergey Brin, i due fondatori, ed Eric Schmidt, il CEO che ha reso Google grande, sono sempre stati convinti, e lo dicevano pubblicamente già a metà del decennio scorso, è che fornire una pagina di risultati non poteva essere il solo ausilio di Google agli utenti.
Google voleva, vuole e vorrà sempre aiutare chi ne usa i servizi “to get things done“, a portare concretamente a termine le cose, per citare la frase che lo stesso terzetto ha ripetuto nel corso degli anni.
Nei giorni scorsi, alla Google I/O, la più grande conferenza annuale di Google per gli sviluppatori, il nuovo CEO di Google Sundar Pichai ha introdotto la search di Google del futuro, quella che ha ribattezzato la “Google search 3.0” (dopo la 1.0 dei 10 link blu e la 2.x del multimedia, cards, Knowledge Graph…).

Il CEO di Google Sundar Pichai
Il CEO di Google Sundar Pichai

Una search bidirezionale, conversazionale grazie agli sviluppi resi possibili dall’intelligenza artificiale e del machine learning.
Il futuro di Google, in sostanza.
Che questa fosse la direzione di Google era chiaro da tempo; ultimo segnale, in ordine di tempo, la nomina lo scorso febbraio di John Giannadrea, già a capo dell’area di Artificial Intelligence in seno al colosso di Mountain View, a capo di tutta l’area Search.
Più difficile comprendere oggi quale sarà la reale portata di questa “Google Search 3.0”, visto che si tratta di un progetto di lungo respiro, dalle prime applicazioni in fase di rilascio come Allo e Home, agli sviluppi futuri legati al progetto Deep Mind.

Ma in cosa consiste questa novità e quali i vantaggi per gli utenti?
Oggi, a guardare bene dai primi esempi, non è nulla di realmente nuovo (possibilità di conversazione a parte), e non potrebbe essere altrimenti.
Roma non è stata costruita in un giorno, d’altronde.
E’ però l’evoluzione di un percorso decennale che punta da una parte ad anticipare le necessità (e le relative ricerche, quindi) degli utilizzatori; che vuole, dall’altra, aiutarli a compiere le azioni che devono essere portate avanti per soddisfare questa esigenza o necessità.
To get things done“, appunto.
La vera prospettiva di interesse è che questa piattaforma, definita “Google assistant”, non punta a essere “mobile first”.
Vuole essere everywhere, ovunque.
Al contrario di quanto molti giornalisti sono andati superficialmente scrivendo, non è un prodotto a sè come possono essere Siri di Apple, Cortana di Microsoft, Alexa di Amazon (che, in alcuni aspetti, però gli assomiglia essendo incluso in prodotti come Echo), ma una piattaforma che potrà assumere forme differenti in funzione degli strumenti che l’adottano, dei contesti, dell’utilizzo: in macchina, di fronte alla TV a casa, alla scrivania in ufficio, o sempre con noi sui nostri abiti, sullo smartwatch, sullo smartphone…

“Non saremo più ‘device centrici’ -ha spiegato Pichar-, ma potremo muoverci in un ambiente in grado di aiutarci, fatto di device interconnessi e intelligenti (con l’anima di Google, ndr) in grado di supportarci”.

Una rivoluzione che, come già detto, non avverrà dal giorno alla notte.
Anche se Google ha comunque voluto dare un’anticipazione di due applicazioni pratiche del nuovo assistente Google.
Il primo è Google Home, un apparecchio in grado di eseguire i comandi impartiti vocalmente per gestire la domotica a casa (dalla televosione interfacciata con Chromecast al termostato Nest, per fare due esempi) e dare risposte alle domande che ci (gli) facciamo.

Una immagine del nuovo Google Home
Un’immagine del nuovo Google Home

Un sistema costantemente in ascolto, in grado di supportare la persona anche quando non si sta rivolgendo direttamente a Google.
Se stai pensando all’ennesima evoluzione del Grande Fratello di orwelliana memoria, sappi che non sei il solo.
Sono infatti in molti in queste ore a farsi domande del tipo “vi fidereste a lasciare il più grande Database mondiale ascoltare costantemente le vostre conversazioni?”

Home, la risposta diretta ad Amazon Echo, non è ancora in vendita, così come non è ancora disponibile al pubblico (si parla della seconda metà dell’estate) la seconda applicazione basata sulla nuova piattaforma Google: Allo.
Allo è un nuovo sistema di messaggistica intelligente, che va a inserirsi in un mercato in cui Whatsapp, Messenger e Snapchat la stanno facendo da padroni e nel quale è veramente difficile riuscire a fare breccia se non si presenta qualche killer application di reale valore per gli utenti.
L’elemento in più che, secondo i vertici di Google, dovrebbe conquistare il cuore e gli smartphone delle persone è proprio la nuova funzionalità di ricerca di Google basata su intelligenza artificiale e machine learning.
Con Allo si potranno quindi facilmente portare a termine acquisti, registrazioni, sottoscrizioni e molte altre azioni. O, più semplicemente, togliersi lo sfizio di poter dire “sto chiacchierando con Google“.
Basterà?

Alcune videate della nuova app Google Allo

Le aspettative legate a questa nuova piattaforma in Google sono molto elevate, tanto è vero che già si paventano applicazioni al di fuori del mondo Google (in medicina, ad esempio).
Ma se è vero che in Google prima sviluppano un prodotto, poi pensano a come monetizzarlo, è inevitabile per gli addetti ai lavori chiedersi: ma con interfacce legate sempre più alla voce e lontane magari da schermi e app, come si evolverà l’offerta pubblicitaria di Google? Come farà soldi da queste evoluzioni?
Domande non da poco, per un’azienda quotata e che ogni trimestre è chiamata a soddisfare le aspettative di azionisti e analisti finanziari.
È alla pubblicità che, alla fine, sono legati il 90% degli introiti pubblicitari del colosso statunitense. E nessuno degli altri business di Alphabet -la holding di cui ora Google fa parte- sembra in grado di poterne prendere il posto.

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