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Il giorno più difficile per Google

18/10/2016

Inserito in: Varie

Che Google sia un colosso con un notevole potere sia economico che di influenza non lo si scopre certo oggi.
Tuttavia il percorso che dalla nascita di quello che, inizialmente, era semplicemente un motore di ricerca ha portato la società di Mountain View a essere un player che spazia dalla pubblicità online (ancora oggi la sua principale fonte di entrate) alle auto che si guidano da sole, passando per i progetti più fantasiosi (i “moonshots”) focalizzati a innovare, non è stato semplice nè privo di colpi di scena.
Dieci anni fa, in particolare, Google vide il proprio business vacillare, in quello che rischiò di essere realmente un Doomsday (il giorno del giudizio) per l’azienda statunitense, che da due anni era anche quotata al Nasdaq.
Quel giorno fu il 18 ottobre 2006, un mercoledì.
Fu quando Microsoft, il cui browser Internet Explorer era ancora il più diffuso e utilizzato sui computer e portatili di tutto il mondo, decise senza alcun preavviso -e senza dare alcuna opzione agli utenti- di impostare come motore di ricerca predefinito il proprio Live Search (oggi Bing), in sostituzione proprio di Google.
Per dare un’idea di quale potesse essere la potenza di quel colpo, dati dell’epoca stimavano che da Internet Explorer arrivasse ben il 65% del traffico di Google.
Perdere di punto in bianco tutti quei visitatori avrebbe rischiato di affossare Google sia dal punto di vista delle mancate entrate pubblicitarie, sia da quello del valore del titolo in borsa, che sarebbe crollato.
E il tutto sarebbe andato a vantaggio di un concorrente diretto. Cosa che a Mountain View, in un momento nel quale le due società già si fronteggiavano aspramente anche sul recruitment, ovviamente non volevano.

La capacità di reazione dei team di Google fu eccezionale ed esemplare, tanto nei tempi che nei risultati.
Sapendo che, da soli, ben pochi degli internauti sarebbero andati a cambiare nei settaggi del browser il motore di ricerca predefinito, i programmatori di Mountain View sfruttarono un’opzione offerta proprio da Internet Explorer, quella di poter creare delle finestre pop-up, per far comparire un messaggio a quanti erano diretti su Live Search chiedendo loro se non preferissero tornare a Google: un semplice click sul bottone “si” riconfigurava Google come motore predefinito.
L’operazione consentì di riconquistare buona parte delle centinaia di milioni di utenti che utilizzavano Google, ma non tutti.
Una fetta di utenti persa che era comunque un danno economico ancora consistente per Google. Bisognava riprenderli.
Per riconquistarli furono determinanti tre utilities: la Google Toolbar per i browser (una delle più importanti mosse di marketing di Google: in cambio dell’indicazione del PageRank di una pagina, raccoglieva una mole consistente di informazioni sugli utenti e indirizzava le loro ricerche su Google), Google Desktop Search e Google Updater.
I primi due erano di fatto degli strumenti di ricerca -nel Web il primo, in locale il secondo- che finivano col riportare l’utente che li aveva installati nel mondo Google, anche intervenendo nel settaggio del motore predefinito del browser.
Il terzo era uno strumento ancora più strategico: offrendo un controllo periodico degli aggiornamenti degli strumenti di Google installati sul computer, consentiva a Google di poter intervenire in tempo reale in caso Microsoft avesse rilasciato delle funzioni che impedissero agli utenti Internet Explorer di accedere a google.com. Anche queste mosse ebbero successo.

Una persona chiave in quelle operazioni, a capo del team responsabile di questi prodotti, c’era un trentaquattrenne ingegnere indiano che, in Google, avrebbe fatto poi carriera: Sundar Pichai, oggi amministratore delegato dell’azienda.
Fu lui che guidò sia lo sviluppo di quei prodotti che gli accordi commerciali che portarono sempre più produttori (HP, Dell etc) a installarli su ogni nuovo computer.

Sundar Pichai. Credits: Business Insider

Quel giorno segnò comunque una svolta nella strategia di Google.
A Mountain View compresero che non potevano basarsi solo su accordi per l’acquisizione del traffico e per mantenere la propria posizione. Se volevano evitare rischi e, soprattutto, se volevano continuae a crescere, dovevano esserci direttamente sui computer e, in una visione di lungo periodo, sui telefoni delle persone.
Ecco quindi che posero il piede sull’acceleratore del progetto Chrome, oggi il browser più utilizzato al mondo, e dello sviluppo di Android, oggi il sistema operativo per dispositivi mobili più diffuso al mondo.
Il resto è storia di oggi. Storia tutt’altro che monotona, perchè se ieri il principale concorrente era Microsoft, oggi il “pericolo numero 1” si chiama Facebook.

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