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SES San José – prima giornata

12/08/2009

Inserito in: Conferenze

Se c’è una cosa che caratterizza noi italiani, è il vedere l’erba del vicino sempre più verde.
Questo vale anche nel campo del search marketing, dove siamo abituati a guardare i player del settore dal basso verso l’alto, illudendoci che siano chissà quanto all’avanguardia e che abbiano chissà quali budget…
Ok, quanto a budget è vero, basta superare le Alpi e già le cifre che circolano sono diverse; se andiamo oltremanica o addirittura oltreoceano, il confronto diventa quasi imbarazzante anche se, va giustamente detto, anche la dimensione e il valore dei mercati è tutt’altra cosa, poco a che vedere con la realtà nostrana.
Ma per il resto le problematiche che vengono affrontate quotidianamente sono le stesse che viviamo in Italia, nè più, nè meno.
Ne ho avuto l’ennesima conferma ieri nella prima giornata dello SES San Josè, in due situazioni.
La prima: nelle attività SEO, da noi come da loro, far implementare alle aziende clienti le raccomandazioni fornite è una vera e propria sfida. I dipartimenti IT sono frequentemente, anche da loro come da noi, delle BPU (business prevention unit).
E proprio pensando a questo mi sono reso conto del perchè la maggior parte delle grandi agenzie USA non si fa pagare a performance, cosa che è invece frequente in Europa: perchè non vogliono prendersi rischi inutili, sapendo che non hanno direttamente il controllo su quanto sarà effettivamente implementato. Inoltre si suppone che il cliente, sapendo che dovrà comunque pagare l’agenzia, si darà più da fare a mettere in atto ciò che viene consigliato (questo in teoria: nella pratica…).
Paul Wilson, chief revenue officer di iProspect, ha dichiarato che, nel loro portfolio clienti, solo il 5% ha un contratto che prevede parte della remunerazione legata a una qualche forma di performance.

La seconda: la costante difficoltà a far percepire ai clienti la vera rilevanza delle attività di search marketing e tutto il lavoro che c’è dietro.
Se pensiamo che i chief marketing officer delle grandi multinazionali americane, quelli che decidono quale tempo farà nel mondo del marketing e dell’advertising, pensino ai motori di ricerca alla stessa stregua degli altri mezzi, ci sbagliamo anche qui. E se a dire che, nella mente dei CMO che contano, il search marketing occupa meno del 1,5% dei loro pensieri è Brian Fetherstonhaugh, CEO worldwide di OgilvyOne, uno che queste persone le bazzica da anni, c’è da crederci.
Fetherstonhaugh che, tra il serio e il faceto, ha delineato i 3 comportamenti che gli addetti ai lavori assumono solitamente di fronte a questa situazione:
- si piangono addosso perchè non vengono capiti/ascoltati
- incassano e non fanno nulla per migliorare la situazione (se non ricordo male, la frase esatta era qualcosa del tipo “attendono che muoiano i CMO attuali”)
- si adoperano per cambiare le cose.

Per il resto l’atmosfera di questo evento (la cui tappa californiana, il prossimo anno, si terrà a San Francisco a non più a San José) è più sobria rispetto agli altri anni, ma non per questo meno produttiva e ricca di spunti, tanto è vero che ci ho messo 5 ore stamani (l’insonnia da fuso orario ha agevolato:-) a sistemare tutti gli appunti presi ieri da distribuire poi nella newsletter interna di Sems.
E se non scrivo di più adesso è solo per una questione di tempo, visto che sta per iniziare la seconda giornata. Vedrò di recuperare qualche altro spunto di rilievo nei prossimi giorni.

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