Le segnalazioni di Andy Beal e di Mauro mi hanno ricordato che questa settimana su The Economist viene pubblicato il technology quarterly, questa volta con un focus sui motori. Un articolo che aspettavo, visto che sono stato inserito anch’io nella lunga lista degli specialisti intervistati (di tutto il mondo, nominati poi solo in parte dell’articolo) per questo Dancing with Google’s spiders (una lunga chiacchierata che dopo riprendo).
Mi interessava soprattutto capire quale taglio sarebbe stato dato all’articolo, se pro o contro il SEO, dal momento che un pezzo su una testata di rilievo come The Economist può condizionare in positivo o in negativo l’opinione di un’azienda (ed i relativi investimenti) in ottimizzazione e keyword advertising.
Perchè questa mia curiosità? Perchè l’idea del pezzo è nata lo scorso novembre (i tempi lunghi della stampa…) nel pieno della “bufera Jagger”, costata -come altri update di Google- visibilità e business a molti siti ed a molte aziende, di qualsiasi dimensione, e l’obiettivo del giornalista era quello di evidenziare la dipendenza che molte aziende hanno, per il loro business online, da Google, quanto Google sia in grado di condizionare le loro strategie.
Ne è nata così una lunga chiacchierata, quasi un’ora se non ricordo male (sono stato sentito a metà novembre), fatta di domande in parte economiche (per riassumere: quanto può pesare veramente Google per un’azienda che si promuove online) ed in parte tecniche, incentrate sulle metodologie sia white che black hat adottate dai SEO di tutto il mondo e le contromosse a Jagger ed agli altri “uragani” (agli update di Google viene solitamente affibbiato il nickname di un uragano, vi lascio immaginare il perchè;-)
Ne è uscito un articolo equilibrato, non tecnico per non spaventare il lettore comune, ma neanche troppo superficiale; con qualche spunto divertente (come quando descrive il buon Matt Cutts come sempre “assalito”, ad ogni conferenza, da persone con le domande più disparate sugli algoritmi di G -ed infatti è proprio così, tanto è vero che Danny Sullivan ha addirittura trovato un nomignolo per la coda che circonda sempre Matt: i Cuttlets:-) e qualcuno graditissimo ai SEO, meno ai network di keyword advertising, come la testimonianza di un’azienda che ha deciso di stoppare i 50.000 Us$ di investimento mensile in keyword advertising per concentrarsi solo sul SEO.
Il commento finale del giornalista? “The financial stakes are so high that SEO firms will continue to look for new ways to boost their client’s rankings. This is one dance, it seems, that will not be going out of fashion any time soon”.



